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Giorno 8 e 9 - Mongolia flag - 17 e 18 Giugno

Da Sanishand a Tsogttsetsiy: Dimmi che non è un sogno (a occhi bene aperti)

Le “Ger” sono tende che si possono vedere in quattro Paesi sparsi per il Pianeta, ma la loro concezione e costruzione, arriva proprio dalla Mongolia.

Hanno pianta circolare – un diamentro di circa 5 metri – e in mezzo, nella parte superiore, che punta il cielo, c'è un'apertura. Favorisce il passaggio dell'aria, e all'altezza della fenditura c'è una corda attaccata a un bastone, che taglia in orizzontale la stessa. La corda arriva fino a terra e vi è attaccato un peso: costituisce il baricentro della struttura e la rende pressocchè inattaccabile dal vento, anche se soffia con una potenza inaudita. La tenda, di forma cilindrica, più larga che alta, è imbottita di pelli animali e all'esterno rivestita con canapa e altro materiale, che la rende impermeabile e termoresistente.

Usciamo dal nostro alloggio a Sanishand – discreta cittadina che si snoda tra strade semidistrutte e locali per commercianti di passaggio – di primissima mattina. Se fino a ieri il Gobi è stato un assaggio non abbastanza piccante, da oggi le spezie potrebbero risultare troppo forti, se non ci fossimo preparati lo stomaco in modo adeguato. La nostra preparazione prevede l'aggiunta di un elemento indispensabile: uno Sherpa – che si chiama Muckda, ha 53 anni e pare un bravo uomo – che si presenta alle sette del mattino con una jeep da deserto e un pezzo di plastica che contiene pezzi di carne di capra. Abbiamo bisogno di lui, perchè il dado tratto la sera prima ha avuto un risultato: non andremo a nord, percorrendo di fatto meno chilometri, ma punteremo sud-ovest, dove le strade non esistono e le “piste” - ovvero delle tracce più o meno percepibili nell'immensità dei territori desertici – sono tante o pochissime. Si possono cancellare con il vento e basta variare di qualche grado la rotta e ci si ritrova persi o in difficoltà seria, nonostante il GPS (che non è un navigatore, ma solo uno strumento che attraverso coordinate impostate ti dice che in un modo o nell'altro è “lì” che devi arrivare. Ma se hai un problema alla macchina o qualcosa dovesse andare storto, puoi aspettare anche una settimana prima che passi qualcuno. E non è detto ti possa aiutare).

Usciamo quattro chilometri dalla cittadina, ed è subito un alternarsi di cunette e sabbia, più o meno dura, piccoli ciuffi di erba secca da evitare come mine, perchè possono essere truffaldini. La velocità non può essere costante: basta dare un secondo confidenza alla pista che segui e quando meno te lo aspetti si presenta una buca o il terreno incrina di colpo. Puoi ribaltare, bucare, devastare una sospensione. Rimanerci, anche.

Nicola e Valerio insieme allo Sherpa aprono il percorso, e ci insegnano un paio di nozioni fondamentali, proprie alla navigazione in queste circostanze. Braccio che fa angolo a novanta gradi e pugno chiuso, tesi in avanti, verso l'orizzonte, significa: “Attenzione, rallentare”. Braccio con lo stesso angolo e pugno chiuso, che punta l'alto, significa: “Attenzione, rallentare, pericolo”. La stessa posizione appena citata ma con mano aperta, è un stop vero e proprio: il pericolo – una buca profonda, un dissesto notevole – è tale da comportare una variazione di traiettoria.

Non ci si può distrarre, insomma. Guidare – tanto per i piloti delle moto quanto per noi driver dei pick-up – è adrenalinico, avvincente, ma non ammette cali di attenzione.

Viaggiamo così, in tensione di corpo e filosofia. Sembra di essere in un film col fast-forward: vedi tutto veloce, capisci tutto per immagini, ti emozioni, ma non puoi soffermarti troppo su ciò che hai appena registrato, perchè lo spettacolo è continuo.

Cammelli, cavalli, capre, mammiferi che sono una via di mezzo tra mucche e yak: liberi, nel deserto. Un padrone, un pastore nomade, da qualche parte lo hanno: ma possono rimanere a zonzo anche per una settimana: tornano sempre, guidati dal misterioso e ancestrale rapporto che lega gli uomini agli animali.

È improprio menzionare il luogo in cui siamo “Il deserto del Gobi”. È il Gobi e basta: il nome lo ha dato nel Tredicesimo Secolo un nomade mongolo – lo stesso che ha portato la cultura e l'allevamento del cavallo in questi territori – significa “Sabbia”. È una parola locale e sintetizza le caratteristiche di questo deserto: sabbia, di mille colori, mille conformazioni, infinite declinazioni. Dopo tutto si tratta del secondo deserto più ampio al mondo, dopo il Sahara. Alcuni sostengono che celi anche maggiori insidie, proprio a causa della conformazione variabile e dell'estensione irregolare.

Tutto ciò, ve lo possiamo dire grazie alla presenza a bordo di Roolma – il suffiso “Ma” significa Mamma; molti nomi femminili finiscono così, qui - la guida che dal confine tra Cina e Mongolia, ci assiste per comunicare con la popolazione mongola, che ovviamente non conosce lingua diversa dalla propria. Non da queste parti, almeno.

Continuiamo così, mentre sorgono dune a destra e sinistra e le nuvole sembrano piccoli fiocchi di cotone che riempiono il cielo e creano giochi d'ombra sulla sabbia, offrendo una prospettiva che evoca l'infinito. All'orrizonte spazio aperto, niente altro.

Si incrociano pochissimi viandanti dotati di mezzi a motore – tre o quattro in un giorno – e le migliori risorse, oltre che le uniche veramente indispensabili, sono l'acqua e le mappe. Circa la prima non serve spiegare alcun perchè; le mappe, invece, risultano fondamentali per capire a che punto siamo, grossomodo, rispetto al meta che ci siamo prefissata per oggi. Siamo indietro: abbiamo già percorsi duecentotrenta chilometri, ma per farli ci sono volute sette ore di guida, tra cambi batterie, soste per contemplare questo sogno, e una pausa per ricaricare le energie e le celle elettriche; da ovest soffia un vento capace di spostare le moto di Valerio e Nicola, il sole tramonterà tra meno di due ore ed è chiaro che l'insediamento che puntiamo per stasera non è raggiungibile in sicurezza. Guidare nel deserto di notte è come arrampicare senza sicurezza: se sbagli ci puoi lasciare le penne.

È chiaro che dobbiamo accamparci, ma il vento piuttosto che darci tregua aumenta. Banale dirlo: siamo nel deserto, il territorio, qui, perlopiù è piatto, e nonostante il tratto che stiamo attraversando non sia troppo sabbioso, se anche ci fosse una duna sarebbe da pazzi piantarvi le tende vicino. Potremmo diventare una duna pure noi.

Mentre capiamo quale soluzione trovare – e in fretta, perchè col buio preparare il campeggio e gestire le nostre attrezzature sarebbe proibitivo – spuntano come due Quadrifogli in un mare di terra un paio di Ger.

Due, proprio due. Ci avviciniamo per chiedere ospitalità. Siamo davvero in mezzo al niente, a centinaia di chilometri da altre forme di vita e riparo, fatta eccezione per le nostre auto e questi due alloggi di nomadi. La buona notizia è che una delle due tende non è occupata, in questo momento. La famiglia che ci vive, è a Sanishand a fare provviste per i prossimi mesi. La notizia meno incoraggiante, è che l'altra famiglia – parente stretta di quella assente – di primo acchito non vede di buon occhio sei stranieri – uomini, con jeep colorate e moto che “non fanno rumore” – nonostante il loro sguardo tradisca un'ospitalità quasi inscritta nel codice genetico di questa popolazione.

Roolma assicura che siamo persone per bene e i loro bambini ci circondano, guardano la mappa stampata sul lato dei nostri pick-up che descrive un tragitto lungo tredicimila chilometri e finisce con una città di nome Milano (“Sapete dov'è Milano?”. “Mi-lla-nnno?”. “E l'Italia?”. Sorridono.).

No, non lo sanno dov'è l'Italia, perchè vivono nel deserto, si spostano con duecento animali – pecore, capre e cavalli, oltre a sei o sette cammelli – ma sorridono, offrono la mano, chiedono un minimo contributo per ospitarci, preparano latte di cammello, osservano le nostre sigarette rollate a mano e soprattutto aprono la porticina di questa Ger.

È pulita, ospitale, pressocchè vuota se non con qualche addobbo, lo strumento locale che può suonare solo un “nomade-principe” di passaggio (assomglia a un violoncello, la “paletta” è a forma di testa di cavallo, ha due corde spesse e un archetto a fianco). Ci dormiremo in otto: noi sei, il nostro Sherpa e il figlio maggiore della famiglia, anch'egli pastore. Roolma, invece, dormirà con loro. È una donna e qui, le donne, soprattutto dai nomadi, godono di un rispetto che paradossalmente troviamo più delicato e puntuale di quello che la nostra società dedica la gentil sesso, nonostante l'emancipazione e tutto il resto.

Abbiamo avuto tutto il giorno gli occhi bene aperti, ma ora possiamo sognare: Giorgio sistema, puntuale, alcune viti molli sui veicoli, a causa delle infinite vibrazioni accusate. Valerio comunica con i bambini, Enrico riprende queste immagini che non saranno mai fissate sui nastri come nelle nostre menti, Mirco gioisce perchè le foto, in questo contesto, quasi si fanno da sé. Nicola è felice e ha voglia di sfamarci: con l'aiuto di chi scrive prepara un'ottima pasta – che bolliamo in acqua in evaporazione grazie ai nostri fornellini a induzione, attaccati al generatore – condita con ciò che abbiamo comprato al mercato: pomodoro, cipolle, piselli, qualche scatoletta di tonno.

Siede anche la famiglia con noi nella Ger, ed è curioso vedere come ognuno accetti con curiosità il cibo che abbiamo da offire. Ci parliamo con gli sguardi e riusciamo ad avere qualche informazione: la sostenibilità di questa famiglia, come accade per la maggior parte dei nomadi del deserto, è figlia del loro lavoro. Un sostentamento a tutto tondo: mangiano le carni dei loro animali, bevono il prodotto latticino degli stessi e vivono del commercio dei prodotti che traggono dalla pastorizia. In inverno, oltre a qualche provvista recuperata nelle cittadine più vicine (occorrono viaggi di una settimana per l'approvigionamento) si nutrono con una bevanda iper energetica: latte di cammelo di consistenza semisolida, ottenuto in due fasi. Una mungitura “forzata” produce un latte altamente nutriente, ma inbevibile in purezza, che lasciato in fermentazione per due mesi e lavorato con tecniche difficili da spiegare, sviluppa una percentuale alcolica notevole. Viene mischiato a una mungitura da produzione spontanea, ottenendo così il tanto raro alimento: una “porzione” ti sfama per un giorno intero.

Mentre apprendiamo a bocca aperta tutto ciò, il sole cala e cede gradualmente il palcoscenico alle artiste più stordenti: la Luna e le Stelle.

Le vediamo dalla feditura superiore della Ger, mentre stretti l'uno all'altro, disposti come raggi di una ruota di bicicletta, ci infiliamo nei sacchi a pelo e siamo certi che ognuno di noi, in questo momento, stia pensando a qualcosa o a qualcuno, o si stia semplicemente godendo la carezza di questa circostanza che non ha prezzo, non ha tempo, non ha niente di diverso della bellezza della vita e del piacere di viverla. Così.

Ora, dopo avere percorsi, oggi, altri duecentocinquanta chilometri - 3150 dalla partenza - in modo simile alla giornata appena raccontata (il deserto, le sue virtù e i suoi pericoli) siamo arrivati a Tsogttsetyi. Puntiamo Dalanzadgad, a soli 100 Km da qui. Abbiamo bisogno di sistemare i veicoli, riposare, fare provviste. La Mongolia per certi versi è solo all'inizio, nonostante dentro occupi uno spazio già ampio e non abbiamo dubbi ci riserverà ancora tanta meraviglia. A presto.

Testo e Foto di Flavio Allegretti

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